Come si definiscono le PMI e le microimprese?

Le piccole e medie imprese rappresentano una parte importantissima della economia europea e del nostro paese in particolare. Secondo gli ultimi dati dell’OCSE, in Italia occupano l’80% della forza lavoro in attività manufatturiere e servizi e generano i due terzi della ricchezza.

La definizione di PMI e la differenziazione tra microimpresa, piccola e media impresa è indispensabile per l’erogazione di fondi e misure di assistenza sia a livello locale che da parte dell’unione europea in cui rappresenta il 90% delle attività produttive. Per questo motivo, la Commissione riserva a questa tipologia di imprese misure, politiche e programmi specifici ideati per favorirne lo sviluppo e il rafforzamento sul mercato globale.

Per la definizione della PMI non si è tenuto conto solo della sua dimensione e del numero di addetti ma anche del fatturato o il bilancio annuale dell’azienda stessa.

• Micro impresa. Quando si parla di microimprese ci si riferisce a quelle aziende con un numero di dipendenti inferiore alle 10 unità e che realizza un fatturato o un bilancio annuo uguale o inferiore ai 2 milioni di euro

• Piccola impresa. Le piccole imprese sono aziende con meno di 50 occupati e un fatturato o bilancio annuo non superiore ai 10 milioni di euro

• Media impresa. Le medie imprese italiane ed europee hanno un massino di 250 unità lavorative e un fatturato inferiore o uguale ai 50 milioni di euro o un totale di bilancio annuo non superiore ai 43 milioni di euro

Per maggiori dettagli sulla classificazione delle PMI è utile consultare la raccomandazione della commissione europea in proposito.

La Commissione con questo documento fornisce una definizione di PMI univoca per tutti gli Stati Membri e aiuta a distinguere tra microimpresa, piccola impresa e media impresa.

L’integrazione alimentare corregge un errore evolutivo?

Le più diffuse malattie non trasmissibili, patologie cardiovascolari, diabete, neoplasie, lo stroke e le demenze, pesano sui 28 paesi dell’Unione Europea per mille miliardi in termini di costi diretti ed indiretti. Lo ha ricordato in una recente dichiarazione Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. L’evoluzione demografica potrebbe far aumentare progressivamente questo fardello a meno di non agire con decisione sulla prevenzione e anche su un corretto utilizzo degli integratori.
I punti di vista sull’effettivo bisogno di associare questi prodotti a corretti stili di vita ed alimentazione in grado di prevenire o almeno spostare in avanti nel tempo la comparsa delle malattie degenerative tipiche della tera età sono spesso ferocemente opposti ed il confronto non è certamente facilitato dalla diffusione di fake news in entrambe i campi.
Solo la produzione di studi strutturati di farmacoeconomia può supportare lo sviluppo di una corretta valutazione del ruolo degli integratori in ambito preventivo.
Uno dei punti di vista più interessanti riguardo l’appropriatezza di una corretta integrazione (guidata dal consiglio medico e riservata a specifiche fasce di popolazione a rischio) fa riferimento ad osservazioni di tipo genetico. L’argomentazione è presentata con molti esempi da Andrea Poli, Nutrition Foundation of Italy, nell’articolo: ‘La nutraceutica: un approccio innovativo per fronteggiare l’attuale epidemia di malattie degenerative’ (Giornale Italiano di Farmacoeconomia e Farmacoutilizzazione 2017; 9 (1): 5)

Secondo questa tesi i meccanismi della evoluzione darwiniana non hanno tenuto il passo con il progressivo (ed accelerato negli ultimi secoli) allungamento delle aspettative di vita e non sono quindi in grado di proteggerci adeguatamente dai fattori di rischio. Inoltre, paradossalmente, alcuni di questi fattori oggi forieri di pericolose conseguenze sulla nostra salute, agli albori della specie rappresentavano elementi di vantaggio.

L’esempio più facile da considerare per i non specialisti è lo sviluppo della massa adiposa e corporea certamente importante per proteggere i nostri progenitori che spesso affrontavano carestie o lunghi periodi invernali (o addirittura glaciali) durante i quali il reperimento di cibo era difficoltoso, ed una certa quota di grasso di riserva era quindi potenzialmente preziosa.
Inoltre, i fattori di rischio per le malattie degenerative non rappresentavano un pericolo per la specie, perché le patologie che ne derivano colpiscono in genere l’individuo in una fase della vita nella quale la riproduzione e la crescita dei piccoli è già completata.
Dunque secondo tale visione le malattie degenerative tipiche della nostra società sarebbero probabilmente figlie di una falla genetica nel gestire la nostra prolungata durata di vita.
Questo punto di vista porta a considerare in modo positivo una integrazione alimentare mirata, basata su solide evidenze scientifiche e attente informazioni epidemiologiche.

PMI e microimprese: produttività ai minimi europei e digitalizzazione incompleta

Aumenta l’occupazione ma in un contesto di fragilità strutturale e evoluzione tecnologica limitata.
L’ultima relazione del Garante per le Piccole Medie Imprese al consiglio dei ministri (Luglio 2018) traccia un profilo abbastanza critico per quanto riguarda le attività imprenditoriali più piccole.
Il rapporto illustra i principali elementi che definiscono il nostro sistema economico e le sfide legate alla Quarta Rivoluzione Industriale, tocca il tema dell’economia circolare, della digitalizzazione e della produttività e della internazionalizzazione in relazione allo stato di salute delle PMI italiane.
Benché le imprese di micro/piccole e medie dimensioni rappresentino il 92,5% delle aziende italiane nel settore manifatturiero e dei servizi e l’occupazione generata sia in costante aumento nell’ultimo anno (fonte Osservatorio Occupazione CNA) l’analisi del MISE evidenzia alcuni importanti punti di miglioramento. Confrontando i livelli di produttività nel complesso delle PMI emerge che l’Italia supera solo quella spagnola. In particolare ci collochiamo al penultimo posto per la fascia fino a 9 addetti e risultano primi solo in quella fra i 50 e i 249. Si nota anche un grande divario fra le micro e le grandi imprese, molto più ampio rispetto agli altri paesi. Il livello dell micro impresa in Italia è appena il 41% rispetto alla grande impresa contro il 43% della Spagna ed il 78% dei vicini francesi.
Livelli relativi della produttività del lavoro – rapporto tra il valore aggiunto al costo dei fattori/numero di addetti – per le imprese fino a 9 addetti/imprese con oltre 250 addetti.

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Secondo l’analisi la differenza di produttività è interamente collegata alle micro e piccole imprese anche a causa del loro peso numerico dominante in Italia (oltre il 95% sul totale).
Fra le ragioni principali il rapporto cita il ritardo nell’innovazione tecnologica, la specializzazione sbilanciata verso produzioni manifatturiere a basso contenuto tecnologico e gli scarsi investimenti nella formazione del personale.
Anche il livello di digitalizzazione tra PMI e grandi imprese è rivelatore e si esprime soprattutto nel divario importante di adozione delle più moderne tecnologie (il gap peraltro accomuna l’Italia a tutti i Paesi analizzati). In Italia, in particolare, le PMI hanno raggiunto un buon livello di adozione del ICT di base ma risultano più limitate nell’utilizzo del web e dei social media. La distanza è certamente causata anche da gap infra-strutturali: nel 2017 solo il 7% delle imprese aveva accesso a Internet con velocità superiore ai 100Mb/s contro il 42% della Danimarca e il 39% della Svezia.