L’integrazione alimentare corregge un errore evolutivo?

Le più diffuse malattie non trasmissibili, patologie cardiovascolari, diabete, neoplasie, lo stroke e le demenze, pesano sui 28 paesi dell’Unione Europea per mille miliardi in termini di costi diretti ed indiretti. Lo ha ricordato in una recente dichiarazione Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. L’evoluzione demografica potrebbe far aumentare progressivamente questo fardello a meno di non agire con decisione sulla prevenzione e anche su un corretto utilizzo degli integratori.
I punti di vista sull’effettivo bisogno di associare questi prodotti a corretti stili di vita ed alimentazione in grado di prevenire o almeno spostare in avanti nel tempo la comparsa delle malattie degenerative tipiche della tera età sono spesso ferocemente opposti ed il confronto non è certamente facilitato dalla diffusione di fake news in entrambe i campi.
Solo la produzione di studi strutturati di farmacoeconomia può supportare lo sviluppo di una corretta valutazione del ruolo degli integratori in ambito preventivo.
Uno dei punti di vista più interessanti riguardo l’appropriatezza di una corretta integrazione (guidata dal consiglio medico e riservata a specifiche fasce di popolazione a rischio) fa riferimento ad osservazioni di tipo genetico. L’argomentazione è presentata con molti esempi da Andrea Poli, Nutrition Foundation of Italy, nell’articolo: ‘La nutraceutica: un approccio innovativo per fronteggiare l’attuale epidemia di malattie degenerative’ (Giornale Italiano di Farmacoeconomia e Farmacoutilizzazione 2017; 9 (1): 5)

Secondo questa tesi i meccanismi della evoluzione darwiniana non hanno tenuto il passo con il progressivo (ed accelerato negli ultimi secoli) allungamento delle aspettative di vita e non sono quindi in grado di proteggerci adeguatamente dai fattori di rischio. Inoltre, paradossalmente, alcuni di questi fattori oggi forieri di pericolose conseguenze sulla nostra salute, agli albori della specie rappresentavano elementi di vantaggio.

L’esempio più facile da considerare per i non specialisti è lo sviluppo della massa adiposa e corporea certamente importante per proteggere i nostri progenitori che spesso affrontavano carestie o lunghi periodi invernali (o addirittura glaciali) durante i quali il reperimento di cibo era difficoltoso, ed una certa quota di grasso di riserva era quindi potenzialmente preziosa.
Inoltre, i fattori di rischio per le malattie degenerative non rappresentavano un pericolo per la specie, perché le patologie che ne derivano colpiscono in genere l’individuo in una fase della vita nella quale la riproduzione e la crescita dei piccoli è già completata.
Dunque secondo tale visione le malattie degenerative tipiche della nostra società sarebbero probabilmente figlie di una falla genetica nel gestire la nostra prolungata durata di vita.
Questo punto di vista porta a considerare in modo positivo una integrazione alimentare mirata, basata su solide evidenze scientifiche e attente informazioni epidemiologiche.